Oggi visiteremo un lago, quello di Carezza, considerato tra i più belli delle Dolomiti e come per tutti gli altri suoi colleghi “belli”, ad esempio Braies e Sorapis, è proprio la sua immensa bellezza ad averlo reso schiavo della frequentazione turistica di massa. Proprio per questo, oggi, abbiamo deciso che il nostro primo incontro con questa meraviglia della natura dovesse essere speciale. Perciò abbiamo messo da parte la comodità dell’auto, preferendo un sentiero un po’ lunghino ma che sa regalare enormi soddisfazioni, lontano dalla frenesia del turismo mordi e fuggi. Questi luoghi, nonostante la tortura subita da Vaia, rimangono carichi di fascino e di mistero raccontato in mille e più storie e leggende che anche le pietre potrebbero raccontare. Una su tutte, però, ci accompagnerà fino alla meta e cioè quella della ninfa Ondina. Riusciremo, almeno noi, una volta giunti al lago a vederla? Aprite bene gli occhi e non lasciatevi distrarre dai meravigliosi panorami che ci circonderanno, si viaggia tranquilli oggi: 3, 2, 1, si va!
Cartografia: Tabacco 1:25000, foglio 29
Partenza: Bewaller (1543 m) – Obereggen
Tappe intermedie: Nessuna
Arrivo: Lago di Carezza (1587 m)
Distanza totale percorsa: 13,7 km
Dislivello: +130 m, -100 m
Tempo: 3 ore incluse le soste
Difficoltà: facile (T)
Percorribile con bambini: Sì, il sentiero sempre largo che non presenta mai difficoltà, permette di percorrelo con tutti i mezzi per bambini (di tutte le età) possibili, dal passeggino da trekking, allo zaino porta bimbi, a piedi (se ben allenati o abituati a camminare in montagna) e con la mountain bike.
Tipo di fondo: Il sentiero è sempre largo, sterrato, in falso piano, attravreso prati e boschi, senza mai presentare criticità.
Per la nostra prima visita al lago di Carezza, volevamo percorrere un itinerario speciale, diverso dal solito approccio super turistico con l’automobile e passeggiatina in scarpe da ginnastica attorno al lago. Nella ricerca di “qualcosa di diverso” sulla mappa Tabacco, ci siamo imbattuti sul sentiero n. 8 e proprio qui è ricaduta la nostra scelta per goderci al meglio questo luogo magico che fino a questo momento avevamo ammirato solo nei libri.
Dopo aver attraversato in macchina la Val di Fassa e quindi la Val di Fiemme, iniziamo la salita verso il Passo di Lavazè (1800 m) e da qui scendiamo verso Obereggen. Raggiunto il piccolo centro di questo bel borgo, continuiamo a percorrere la strada 76 in direzione Ega, dove dopo pochi km svoltiamo a destra, sul sentiero 9-21A, in direzione Bewaller.
Parcheggiate le auto sul bordo della strada, facendo attenzione a rispettare le zone con divieto di sosta, iniziamo la nostra passeggiata raggiungendo il Bewaller appunto, un bellissimo albergo immerso in una distesa verde infinita che regala un senso di pace indescrivibile.

Qui troviamo subito le indicazioni per il sentiero n.8, quindi con passo deciso, iniziamo la nostra giornata.


Questo sentiero, sempre largo, sterrato e mai difficile, dapprima attraversa dei bellissimi e dolci pendii, dove i cerbiatti si riposano ignari del nostro sguardo, poi, dopo pochi minuti di cammino, si inoltra nel bosco.


Data la facilità di percorrenza del sentiero, raccomando la massima attenzione alle spalle e in fronte marcia al passaggio di mountain bike.
Seguiamo rilassati il falso piano del sentiero n.8 e passo dopo passo ci gustiamo l’ombra degli abeti, lo scrosciare dei ruscelli, il via vai tranquillo di altri escursionisti come noi. Ad un tratto il bosco lascia spazio ad ampi prati verdi e così iniziamo ad ammirare le imponenti guglie del Latemar, proprio sopra le nostre teste, verso Sud. Più in la, verso Ovest, scorgiamo pendii completamente denudati del suo ornamento verde; i drammatici effetti della tempesta Vaia, in quel drammatico fine Ottobre 2018.



Percorriamo ancora qualche centinaio di metri e il bosco ritorna a fare da padrone della scena. Quello che caratterizza questo trekking è proprio l’aspetto bonario del bosco, infatti non è mai opprimente, sempre arioso e ricco di vegetazione e ruscelli che con il loro placido scorrere ci regalano una tranquillità tale da non renderci conto del chilometraggio che stiamo macinando.

Dopo aver percorso poco più di 4km ecco che il bosco inizia a diradarsi, sotto di noi iniziamo a sentire il traffico che sale lungo la strada provinciale 241 al Passo Costalunga e di fronte a noi si apre un paesaggio spettrale. Con il versante Ovest del Catinaccio a fare da sfondo, ci troviamo di fronte ad un campo di battaglia dove lo scontro è da poco terminato: ovunque, intorno a noi, scorgiamo tronchi abbattuti, qualche sopravvissuto qua e la, rimane alto e fiero in mezzo alla moria dei suoi compagni di una vita. Più in là, oltre la strada provinciale 241, cataste enormi di tronchi raccolti giacciono in attesa di essere utili a qualcuno per un qualche nobile scopo, e chissà quanti altri tronchi si dovranno raccogliere e ammucchiare per poter liberare un simile campo di battaglia.


I nostri passi avanzano lenti e in silenzio attraverso questi luoghi, in segno di rispetto, quasi come quando si attraversa un cimitero. Da li a poco, fortunatamente, la tristezza nei nostri cuori lascia spazio alla gioia: abbiamo raggiunto il Lago di Carezza.

Ci troviamo sulla sponda Sud-Ovest e subito, tra le rocce e i bei fiori fucsia, la sua acqua verde smeraldo ci incanta. Attratti dalla voglia di vedere sempre di più, ci facciamo inghiottire dal flusso di turisti che percorre il sentiero del giro del lago e passo dopo passo possiamo ammirare scorci unici tra loro e sempre più belli.

In poco tempo raggiungiamo la sponda Nord, adiacente alla zona di accoglienza dei turisti: qui sopra un bel ballatoio, sgraniamo gli occhi increduli. Ci troviamo di fronte alla tipica inquadratura da cartolina: sotto ai nostri piedi le acque brillanti del lago che celano al suo interno la statua di bronzo della ninfa Ondina (ma chi è Ondina? sotto alla fine del post vi racconto la sua leggenda), riflettono la maestosa muraglia di abeti e larici (anche se adesso in parte abbattuta) e subito dietro, a far da cornice, ecco sbucare il Latemar, grigio e imponente con le sue “Pope” (guglie) erte verso il cielo. Nonostante la calca agostana riusciamo comunque a godere appieno del panorama, complice forse, anche l’avvicinarsi sempre più incalzante dell’orario di pranzo.

Non vorremmo mai abbandonare una vista simile, ma i piccoli pancini dei nostri piccoli camminatori iniziano a reclamare per cui decidiamo di pranzare velocemente in uno dei chioschi che si trovano subito al di fuor dell’area naturalistica del lago.
Terminata la pausa pranzo, ritorniamo a contemplare la meraviglia che la Natura ci offre in questo luogo e quindi ci dirigiamo verso Est per completare il giro del lago. Anche lungo questo tratto di sentiero, gli scorci sono magnifici e di fare foto non ci si stancherebbe mai. Avanziamo quindi lentamente, speranzosi che il passo successivo ci riservi una sorpresa migliore di quella appena vista e così piano piano, ritorniamo all’ingresso del sito del lago, dove siamo arrivati, seguendo il sentiero n.8.


Un ultimo sguardo ancora, un’ultima foto, con la paura di non aver perso niente che possa aver contribuito a incastonare nella nostra mente il più nitido ricordo possibile di questo meraviglioso posto.

Faremmo volentieri un altro giro per ammirare le acque del lago sotto un’altra luce, ma dobbiamo fare i conti con le piccole gambe dei nostri giovani camminatori e quindi rimettiamo gli scarponi in marcia sulla via del ritorno.

Seguiamo nuovamente il sentiero n.8, ricalcando la via dell’andata, con la gioia nel cuore di chi ha appena visto un forziere d’oro. Questo posto però, come avrete capito, è magico e le sorprese non finiscono qui. Infatti dopo aver percorso buona parte del sentiero, in un tratto privo di bosco, ecco che una mandria di cavalli al pascolo si fa ammirare in tutta la sua eleganza mentre attraversa i verdissimi prati correndo e brucando qua e la.

Ritorniamo quindi nel bosco e, attraversando il suo confine più vicino al nostro punto di arrivo, decidiamo di proseguire sul sentiero n.9, che di fatto è una leggera variante del n.8 che consente di rimanere più in quota e più in mezzo ai prati. l’ultimo tratto, che ci porta sulla strada che conduce al Bewaller, scende deciso a fianco dei recinti dove al loro interno delle belle mucche dai corni lunghissimi brucano e ci guardano incuriosite…una di loro, di gran carriera ,cerca anche di farsi notare per la sua fotogenicità, prestarsi al set fotografico!




Lasciamo le nostre modelle e proseguiamo in discesa, con la luce dorata del tardo pomeriggio che incalza e di li a poco ritroviamo le nostre automobili per fare ritorno a casa.

La scelta di questo itineriario, per visitare un luogo magico come il Lago di Carezza, è stata azzeccatissima. Infatti permette di avvicinarsi al Lago in serenità, lontano dal sovraffollamento tipico del luogo ed è una bellissima passeggiata, che, anche se un po’ lunga, non presenta mai difficoltà o dislivelli impegnativi e per questo è perfetta per tutte le età, per passare una bella giornata in famiglia, proprio perchè adatta a tutti i tipi di camminatori.
Fermarsi un istante in più ad osservare questi luoghi non è mai abbastanza, ma è bastato così poco per imprimere nelle nostre menti e nei nostri cuori immagini, attimi e sensazioni che non dimenticheremo mai.
LA LEGGENDA DI ONDINA, LA NINFA DEL LAGO DI CAREZZA
Un tempo, nelle acque del Lago di Carezza, si narra vivesse una ninfa di particolare bellezza, di nome Ondina. Ella deliziava giorno e notte, con il suo canto melodioso, i viandanti che salivano al Passo di Costalunga e i suoi abitanti. Un giorno, anche lo stregone di Masaré la sentì cantare e se ne innamorò sperdutamente. Egli usò disperatamente tutti i suoi poteri per conquistare Ondina, ma invano. Allora lo stregone chiese aiuto alla strega Langwerda, che gli consigliò di travestirsi da venditore di gioelli, di stendere un arcobaleno dal Catinaccio al Latemar, e di recarsi quindi al Lago di Carezza, per attirare la ninfa e portarla con sé.
Detto fatto, lo stregone stese il più bell’arcobaleno mai visto sino ad allora tra le due montagne e si recò al lago. La ninfa rimase stupita di fronte ad un arcobaleno così meraviglioso, colorato di gemme preziose e incuriosita si avvicinò alla riva del lago. In fretta e furia il mago corse verso di lei ma dimenticò un particolare fondamentale: il travestimento. Per questo Ondina si accorse di lui e subito si immerse nelle acque del lago e da allora non fu più vista da nessuno. Lo stregone, distrutto dalle pene d’amore, strappò l’arcobaleno con le gemme dal cielo, lo distrusse in mille pezzi e lo gettò nel lago.
Questa è la ragione, perché ancora oggi il Lago di Carezza, sotto le imponeti pareti del Catinaccio e del Latemar risplende tutti gli stupendi colori dell’arcobaleno, dall’azzurro al verde, e dal rosso all’indaco. In lingua ladina, infatti, il lago è noto come “Lec de Ergobando”, Lago dell’Arcobaleno.


